Copertina Guerra
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Nel più alto campo di battaglia
Il primo giorno del suo non risvegliarsi
Germania, robusto paese
Mio padre andava in giro
Sotto la statua del costruttore

 

L’idea di scrivere un libro avente come oggetto la vita militare e la guerra nacque in me verso la fine degli anni Novanta, quando mi accadde di rinvenire casualmente una cassetta appartenuta a mio padre, contenente documenti relativi agli anni 1934-1954, e tra questi una sorta di diario scritto in matita in stenografia su cartine da tabacco in campo di concentramento. L’idea è quindi successiva alla composizione e alla pubblicazione nel 1997 presso Guanda di Suora carmelitana e altri racconti in versi, dove appare il racconto in versi “Aereoporto contadino” dedicato a un periodo della mia vita militare. Episodi e momenti di quella fase della mia vita ritornano comunque in GUERRA nella seconda sezione, “Carne di militare”.
Il ritrovamento e l’analisi delle carte di mio padre mi indusse dapprima a riflettere sulla possibilità di scrivere un libro incentrato esclusivamente sulla sua esperienza. Ben presto tuttavia mi resi conto che tale materiale si sarebbe prestato solo a una trattazione di tipo storiografico, a meno che non avessi – come poi ho fatto – rivissuto in prima persona quegli eventi, immaginando che in quelle circostanze mi fossi trovato io. Tale impostazione mi ha indotto ad estendere anche ad altri periodi storici la riflessione sulla “guerra”, e persino – nelle ultime tre sezioni - la riflessione ad ampliarla ai temi più generali esposti nella prima sezione, connessi con la riduzione in schiavitù, i messaggi di salvazione e le antropologie negative.
A mano a mano che il lavoro prendeva forma sono andato convincendomi che l’impegno era su due piani, con l’intenzione - da una parte - di scrivere un libro antiretorico e antioracolare, e il timore - dall’altra - di cedere a un tono diaristico-didascalico. Credo di essere stato molto aiutato dall’ascolto del WarRequiem di Britten.
Percepisco una contrapposizione, nei confronti di tematiche di questa portata, tra il céliniano “chiamarsi fuori” a osservare dall’esterno l’avventura della specie sapiens-sapiens e il celaniano “porsi a fianco” di chi vuole trovare ragioni per resistere continuando a sentirsi dentro l’umanità. Non credo che la via d’uscita sia il rifiuto della ragione a favore dell’istinto, e quindi il rifiuto dell’uomo a favore degli animali (zoé vs bíos), come avviene in tanta parte della poesia di Ted Hughes. Col quale però condivido il rifiuto dell’antropocentrismo.

Guerra (Mondadori, collana lo specchio, 2005)

Nel 1995 mi accadde di rinvenire casualmente i documenti di mio padre relativi agli anni del secondo conflitto mondiale, e tra questi una sorta di diario scritto in matita in stenografia su cartine da tabacco tra il 1943 e il 1945 in un campo di concentramento del Reich. L’occasione è quindi successiva alla composizione, ma non alla pubblicazione nel 1997 presso Guanda, di Suora carmelitana e altri racconti in versi, dove appare il racconto in versi “Aereoporto contadino” dedicato a un periodo della mia vita militare. Episodi e momenti di quella fase della mia crescita ritornano tuttavia in questo libro nella seconda sezione, “Carne bianca di militare”:

Dove il Piemonte in fondo tra i castagni
Cerca di infilare il mare, riccioli grigi
Di cuoco umidi nella grande cucina
E soldati che cavalcano sul tetto
Il braccio azzurro della gru.
Celeste contro rosso il vento spinge
Sulla lamiera la camicia vuota.

*
La mano sapeva screpolata dove passare
Sapeva incominciare...
Un petto ingombro di pistolettate
In quel fottolengo camerata
Quando c’era il film luce
Era il bersaglio per vincere la sera
Di gente di coltello.
E togliti i coturni, alle caviglie allaccia
Campanelli d’argento
Ungiti e danza,
Come gatto riporta l’arto teso
Mentre la lingua scivola sul rosa
Che si allarga.

Il ritrovamento e l’analisi dei documenti di mio padre mi indusse dapprima a riflettere sulla possibilità di scrivere un libro incentrato esclusivamente sulla sua esperienza. Cioè sul suo corso allievi ufficiali a Palermo nel 34-35, sul servizio come tenente a Firenze nel 36, e poi sulla sua partecipazione, nel 40, alla occupazione del territorio francese oltre il colle di Tenda, e alla occupazione della Corsica, fino all’8 settembre del 43, con l’attacco dei tedeschi alle postazioni italiane, la cattura, e quindi i due anni di Lager per il rifiuto di aderire alla RSI. Infine il ritorno nell’agosto del 45 e i successivi tentativi di comprendere quanto era accaduto.
Ben presto tuttavia mi resi conto che tale materiale si sarebbe prestato solo a una trattazione storica, a meno che non avessi – come poi ho fatto – rivissuto in prima persona quegli eventi, immaginando che in quelle circostanze mi fossi trovato io. Tale impostazione mi ha indotto ad estendere anche ad altri periodi storici la riflessione sulla “guerra”. E questa è la ragione d’essere della terza sezione “Rammendi in cotone arancione”:

Rammendi in cotone arancione
Sul panno rosso di lodève
Del tuo pantalone da divisa di fanteria
In bacheca al museo come
Esempio di uniforme confezionata
In panno locale. Particolarmente intenso
Il rammendo sul cavallo
Grossolano affrettato
Fatto da te lungo la cucitura
Prima della battaglia della Marna.

In “Soldati e gente”, la quarta sezione, l’intonazione è quella della Prima Guerra Mondiale:

Il reticolo del Cento formato
Dai multipli dei due ettari necessari
Allora – a nutrire una persona
Era ancora chiaramente distinguibile
Dalla torre, soldati alla chitarra
Tra le file allineate dei pioppi;
Entrava la stradina nel castello dal cortile
Per la distribuzione del pane:
Soldati e gente.

Nella quinta sezione, “Dio con loro”, lo sguardo è sulla penisola balcanica

"Sono ostriche, comandante?"
Chiese guardando il cesto accanto al tavolo
Il giovane tenente,
"Venti chili di occhi di serbi,
Omaggio dei miei uomini", rispose sorridendo
Il colonnello. Li teneva in ufficio
Accanto al tavolo. Strappati dai croati ai prigionieri.

*
Un alabastro di licheni che divora le dita
Del fiume sottoterra
Con la caverna rosicchiata in testa
Sotto catene di forsizie
E pini screpolati tra le foibe morse,
Il polso ossuto richiama
Piatto sul fustagno
Una lama di calli tra le dita,
Occhi slavi da stazione di Opicina.
Pietrificante il nome
Il mento che fa cenno.

La sesta sezione è incentrata sulla Francia di Vichy:

Il grande hangar-caverna al Mas d’Azil
Ha luci fioche a rischiarare
Eliche di uncinati bimotori
Contro i graffiti rupestri:
Bisonti incornati e feriti
Muso a muso…
Così trasale la forma del monte
Il suo dentino aguzzo con la carie dentro
Caverna fucina dei metalli
Incisione solare litiche coppelle
Riusate come sedi per la cera fusa.
Non a caso il camoscio evita ormai
Di scivolare da un masso all’altro lì.

La settima sulle deportazioni, i Lager:

Scuole serali, biblioteche popolari,
Alle pareti profili di cosmografi
E geometri antichi.
Oh Germania robusto paese
Dove da Como ci si trasferiva
Per studiare chimica e filosofia
Elementi di siderurgia. E del lavoro
Scientifica organizzazione.

*
La quercia all’entrata del campo
Schiantata nel vento dal fulmine
Del dio elettrico del cielo,
Qui la sola trascendenza
E’ il recupero in sei ore di altre forze,
Come pesci in una polla
Asfissianti sotto lo strato di ghiaccio
Tra la terra e il cielo.

Poi considero la fuga in Sud America dei criminali nazisti

Perché in nave il berretto è floscio
Senza visiera oltre l’equatore
E un nuovo io che gli piace,
Con le rose da coltivare
Nella discreta villa suburbana.

E ancora la repubblica di Salò, i campi di concentramento alleati in Nord Africa e la guerra partigiana:

Mentre avanza è un solo uomo la pattuglia,
Lentamente le pendici ripercorre
Sinuosa verso il guado.
Dalla cima del castagno fruscia
Il ragazzo di vedetta acuti i suoi
Richiami naturali.
*
Trovare un’altra parola al posto di campagna
Per indicare questi campi e quelle
Rampe di vigneti, il muro in fondo e gli eseguiti.
Ma non gridano più neanche vendetta
Queste distese di ossa sopraffatte
Da più fresche fila di morti col cappotto.

Fino al rientro dei reduci (“In fila con il cappello calato / Gente allo sbando ex prigionieri / Occhi vuoti lacerti di porfido”) e al tentativo di porre in dialogo due concetti tra loro antitetici: il concetto di camaraderie (e uso il termine francese perché esprime più in profondità rispetto a cameratismo ciò che voglio dire: la fratellanza fino al sacrificio supremo) e quello di “diserzione”. Camaraderie è tutto ciò che tiene degli uomini giovani assieme e ne fa spirito di corpo. Pensare a come tutto questo - che di per sé è positivo - a come questa energia suprema sia stata nella storia dell’umanità quasi sempre volta al negativo, a una funzione di violenza distruttiva, è qualcosa che noi illuministi non perdoneremo mai

Si può stringere con due mani una pistola
O la racchetta da tennis
Un cazzo a palme tese
O una tettona a cono,
Si possono legare con due mani altre due mani,
Il crimine più grande è fare leva
Sull’emulazione, la fratellanza
La provenienza territoriale,
Approfittare di un corpo generoso
Che si sposa a un altro corpo, al corpo,
Per esaltarne lo spirito aizzandolo
Succhiarne tutto il bene l’amicizia
Gli scherzi le risate per tradurli
In odio deciso ed imboscate ad amici
Di altre risate. Questo, sugli uomini giovani,
Da parte dei comandi
Questo uso malefico del bene
E’ questo che non perdoneremo.

E mio padre fece parte dell’ingranaggio, obbedì e fu obbedito, contribuì a mandare schiere di operai e contadini a farsi massacrare:

A quale ingiustizia stai pensando, babbo?
Il cartellone col disegno delle bombe
Nel corridoio delle elementari
Era rimasto a noi col soccorso invernale
Il padre cerri l’odore di DDT
L’innaffiatoio con l’inchiostro del bidello.
A quale ingiustizia stai pensando?
La tua con i francesi
Nel luglio del Quaranta?
Il tuo aver obbedito fino in fondo?
Come quel foglietto di carta da tabacco
Scritto in matita
2 gennaio 1944
Campo di concentramento di Deblin, Polonia
“Perché sono prigioniero?”
Ingiustizia come scorporo di una valutazione.
Delle responsabilità individuali dal risultato collettivo.

Dall’altra parte configuro il disertore vigliacco, quello che non entra nella linfa della camaraderie (c’era camaraderie anche nell’esercito delle SS). Sta forse negli occhi vigliacchi del disertore la via d’uscita?

E sei sempre tu, hai quegli occhi nel ’43
Li avevi nel ’17
Li avevi a Solferino nel ’59
Sei sempre tu dalle truppe di Napoleone
Di Attila di Cortez
Di Cesare e Scipione
Tu, disertore di professione
Nascosto tra i cespugli
A spiarli mentre fanno i bisogni
Per fermare la storia.
Tu, scarico della memoria.


Nelle ultime sezioni la riflessione si amplia a temi più generali connessi con i messaggi di salvazione e le antropologie negative:

Scontri carestie epidemie massacri
Traffici d’armi paradisi fiscali riciclaggi
Terrorismo su scala planetaria.
Mio Padre mi ha mandato
All’incontro della storia
Con gli scudi e i paraphernalia,
E io mando voi
Profughe alla stazione
Tra i soldati che discutono
Sul rancio per chi resta.

A mano a mano che il libro prendeva forma sono andato convincendomi che la sfida era su due piani, con l’intenzione - da una parte - di scrivere un libro antiretorico e antioracolare, e il timore - dall’altra - di cedere a una intonazione diaristico-didascalica. Credo di essere stato molto aiutato dall’ascolto del War Requiem di Britten:

Fantasma in carne e ossa della storia
Che mi perseguiti dall’infanzia
In logge circoli accademie caffè
Dove decorazioni di déi, dee e stagioni
Personificazioni di virtù
Vittorie città stati confessioni insistono
Dagli stucchi, se ti descrivo è per consegnarti
Al silenzio della mia memoria.

Percepisco una contrapposizione, nei confronti di tematiche di questa portata, tra il céliniano “chiamarsi fuori” a osservare dall’esterno l’avventura della specie sapiens-sapiens e il celaniano “porsi a fianco” di chi vuole trovare ragioni per resistere continuando a sentirsi dentro l’umanità. Non credo che la via d’uscita sia il rifiuto della logica a favore dell’istinto, e quindi dell’uomo a favore degli animali, come avviene in tanta parte della poesia di Ted Hughes. Col quale però condivido il rifiuto dell’antropocentrismo.